A Perugia il Festival internazionale del giornalismo, occasione per fare il punto su una categoria in via di estinzione.
Dura la vita del giornalista! Un mestiere difficile, la responsabilità di ciò che si afferma, gli orari lunghi, infiniti, l’ansia, le mani sudate, fredde, che stringono blocchi note, la fretta… Sono lontani i tempi in cui si diceva: “Vai a fare il giornalista, sempre meglio che lavorare”. Ma dopo più di un secolo di onorata carriera è opportuno fare il punto attorno a questa professione. Se ne parlerà al Festival internazionale del giornalismo, evento che avrà luogo a Perugia dal 9 al 13 Aprile e che riunirà molti tra i maggiori giornalisti di tutto il mondo, oltre ad addetti ai lavori ed appassionati. Fra i temi al centro degli incontri, il giornalismo investigativo, la libertà di stampa, il fenomeno dei blog, l’informazione dai fronti di guerra, il futuro dei giornali di carta. Proprio il tema del giornalismo investigativo sarà affrontato da Peter Gomez e Duilio Giammaria con Peter Eisner del 'Washington Post” e Knut Royce (tre volte vincitore Premio Pulitzer), autori del libro 'The Italian Letter: how the Bush administration used a fake letter to build the case for war in Iraq'; la loro inchiesta svelò il ruolo dei servizi segreti italiani nella stesura del documento (rivelatosi poi un falso) che ha contribuito a scatenare la guerra in Iraq. Tra gli ospiti, anche Carl Bernstein del Washington Post che, insieme al collega Bob Woodward, tolse il velo allo scandalo del Watergate, che costò la presidenza a Richard Nixon. Ma più che una kermesse sarà un vero e proprio dibattito, aperto dalla lectio magistralis del fondatore de "La Repubblica",Eugenio Scalfari.
Certo la questione di come deve e dovrà essere il giornalismo è sicuramente scottante. Il mestiere del giornalista è vivo e vegeto si direbbe dunque. “Tutt’altro!” afferma Michele Brambilla, attualmente vicedirettore al Giornale che per smitizzare il lato romantico di questa professione afferma: “La maggior parte dei giornalisti fa una vita tutt’altro che affascinante: passa ore e ore in redazione, alla luce artificiale, di fronte ad un computer”. Come dargli torto, i numeri del resto parlano chiaro: gli inviati speciali sono diventati una specie in via di estinzione.
“Decisi di fare il giornalista per poter realizzare due sogni: viaggiare e scrivere” raccontava solo qualche anno fa Tiziano Terzani. Bei tempi? Oggi, rivela uno studio effettuato dal Dipartimento di giornalismo dell’Università di Cardiff (Gran Bretagna), è la logica commerciale che guida le redazioni. L’inchiesta, il servizio avventuroso, il bel reportage fotografico sono considerati solo “costi”, magari superflui o inutili. Conta la quantità più che la qualità. Basta sfogliare un quotidiano qualsiasi (per non parlare dei giornali free-press): la sensazione è quella di essere bombardati da decine, centinaia di notizie, spesso brevissime, il più delle volte inserite lì come in un collage, senza criterio nè contesto. Tempi moderni; viviamo in una società sempre più veloce, è tempo di fast-news si direbbe. I dati rivelano inoltre che l’80 per cento degli articoli si basano su informazioni prodotte da uffici stampa o lanci d’agenzia e solo nel 12 per cento dei casi si tratta di “pezzi” originali, quindi raccolti ed elaborati dal giornalista stesso. Il risultato dello smantellamento del giornalismo è dunque che la fabbrica delle notizie non è più la redazione bensì quel variegato mondo popolato da agenti delle pubbliche relazioni e degli uffici stampa: 60 mila addetti in Italia contro 12.500 giornalisti contrattualizzati.
A proposito di contratti, di recente anche Beppe Grillo si è mobilitato in favore dell’abolizione di quella che lui definisce “La Casta dei giornalisti”, che sarà uno dei temi principali, sembra, del prossimo VDay del popolare comico: “Basta col finanziamento pubblico alle testate giornalistiche” dice. Inevitabili i commenti del tipo: “Aboliamo i giornalisti” che proliferano a grandi caratteri nel suo blog, con la Fnsi (Federazione nazionale della stampa italiana)a dir poco indignata.
Per concludere una doverosa citazione nei riguardi di Carmen Lasorella, che nel suo libro in uscita (Verde e zafferano. A voce alta per la Birmania, Bompiani) sottolinea che di giornalismo si può anche morire: il numero complessivo delle vittime dell’informazione nell’anno 2007 ha toccato quota 89, e questi sono dati che fanno pensare.
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Intervento di Eugenio Scalfari
Sul sito www.repubblica.it nella sezione repubblica TV è disponibile il video con la lectio magistralis di Eugenio Scalfari